# 11. La lotta alla mafia L’azione di contrasto alla mafia ha due livelli: uno istituzionale e uno sociale e culturale. Quello istituzionale a sua volta ha due aspetti. Uno è il contrasto attraverso l’azione della polizia e della magistratura, che dopo le stragi del 1992 è diventato particolarmente efficace, portando all’arresto dei principali boss mafiosi. Fondamentale è il ruolo dei collaboratori di giustizia, che aiutano gli inquirenti ad abbattere il muro dell’omertà e ad ottenere le testimonianze necessarie per la cattura dei vertici delle cosche. La normativa prevede un articolato sistema di protezione per i collaboratori e i loro familiari, gestito dal Servizio centrale di protezione del Ministero dell’Interno. Le misure possono includere l’allontanamento dal luogo di origine, il trasferimento in località segrete, il cambio di identità, oltre a forme di sostegno economico durante il periodo di collaborazione. Si tratta di interventi pensati non solo per salvaguardare l’incolumità fisica del pentito, che diventa automaticamente un bersaglio dei clan, ma anche per permettere una graduale reintegrazione sociale in contesti sicuri. Non sempre tuttavia i collaboratori di giustizia sono affidabili. Le informazioni fornite possono essere viziate, ad esempio, da una cattiva memoria di fatti e circostanze, ma può anche accadere che il pentito voglia persegua lo scopo di manipolare le indagini per scopi personali, o che ritiri in seguito le sue dichiarazioni. L’altro livello è quello della realizzazione di una *buona politica* a livello soprattutto locale, la costituzione di una classe di amministratori permeata dai valori dell’antimafia, integerrima e preoccupata del bene comune. Da questo punto di vista c’è ancora molto da fare. Lo scioglimento per mafia di diversi consigli comunali – non solo di paesi, ma anche di città di media grandezza come Foggia – mostra quanto la politica, a livello locale e, almeno in parte, anche a livello nazionale, non sia ancora libera dai legami con la mafia. Dal punto di vista sociale e culturale l’azione antimafia agisce cercando di costruire una società civile sana, combattendo la sfiducia e l’individualismo. È questo il lavoro portato avanti per decenni, a partire dalla prima metà degli anni Cinquanta, dal citato Danilo Dolci. Il suo metodo è stato quello della *maieutica reciproca*, una pratica dialogica che aveva lo scopo di costituire una comunità in grado di analizzare i propri problemi e di affrontarli grazie alla pressione nonviolenta. Da una delle riunioni di maieutica reciproca è nata l’idea di realizzare una diga sul fiume Jato, la cui realizzazione è stata autorizzata dalla Cassa per il Mezzogiorno dopo un prolungato digiuno del sociologo. Negli anni Sessanta raccoglie testimonianze per denunciare il rapporto tra mafia e politica, giungendo ad accusare personaggi di spicco della politica nazionale, ma esce sconfitto da un processo per diffamazione.