10. Interpretazioni della mafia

10.1. La mafia come fenomeno culturale

Le prime letture della mafia, considerate superate dal punto di vista scientifico ma ancora operanti nell’opinione pubblica, vedono in essa l’espressione culturale di una società arretrata come quella meridionale. Se la mafia esiste è perché i meridionali sono fatti in un certo modo: non hanno, anche per cause storiche, fiducia nello Stato, hanno uno spiccato senso dell’onore e della dignità personale che li porta alla vendetta personale e non riescono a percepire la comunità come un valore. Su quest’ultimo punto ha avuto grande influenza la tesi del familismo amorale, elaborata dal sociologo statunitense Edward C. Banfield nel 1958 (The Moral Basis of a Backward Society). Studiando un paesino della Basilicata, Banfield era giunto alla conclusione che l’arretratezza era dovuta a un particolare tratto antropologico: l’incapacità di agire considerando non solo gli interessi della propria famiglia, ma quelli della più ampia comunità. Henner Hess, il più importante rappresentante di questa corrente interpretativa, ha visto nella mafia l’espressione di una doppia morale dovuta al dominio spagnolo della Sicilia. La presenza di un governo oppressivo avrebbe spinto il popolo siciliano a giustificare l’opposizione anche violenta al potere ed a cercare forme di auto-organizzazione di cui la mafia sarebbe l’espressione.

Il limite di queste letture è che, ancorando la mafia a una società agricola, caratterizzata dal latifondo, non riescono a rendere conto della sua sopravvivenza quando quella società scompare. La mafia, come ogni gruppo sociale, ha una sua cultura, e vi sono legami significativi tra questa cultura e la cultura dei luoghi in cui si sviluppa, ma se da un lato è rischioso ridurre la cultura meridionale alla mafia, dall’altro è fuorviante considerarla solo espressione antropologica, trascurando gli aspetti economici e politici.

10.2. Danilo Dolci: il sistema mafioso-clientelare

Sociologo sia pure non in senso accademico (ha abbandonato gli studi di architettura per dedicarsi alla sua attività sociale), Danilo Dolci ha dedicato tutta la sua vita, a partire dal 1952, allo sviluppo della Sicilia nord-occidentale, mettendo a punto un particolare metodo, la maieutica reciproca, sul quale ci soffermeremo trattando della lotta alla mafia. La riflessione di Dolci, che si sviluppa sempre in stretta relazione con la sua prassi educativa e politica dal basso, è centrata sulla differenza tra dominio e potere . Giunto nel `52 a Trappeto, poverissimo borgo di pescatori, Dolci scopre una comunità nella quale perfino la morte per fame dei bambini è accettata con rassegnazione. Dal confronto con la gente del borgo, documentato dal volume Fare presto (e bene) perché si muore (1954), emerge una situazione di radicale impotenza, di incapacità di pensare qualsiasi cambiamento sociale. Per Dolci è evidente la necessità di una intesa positivamente come possibilità di agire. Se questo è il potere, la sua degenerazione è il dominio, una situazione nella quale le possibilità vitali sono soltanto di alcuni, e crescono sulla e grazie all’impotenza generalizzata. Per Dolci questa è la realtà nella quale si inserisce l’azione della mafia, ma non caratterizza solo la Sicilia; la nostra società in generale gli appare viziata dal dominio e bisognosa di una conquista del potere da parte delle comunità.

Sul piano delle relazioni sociali il dominio funziona in Sicilia, ma non solo, grazie ad una particolare struttura organizzativa che Dolci chiama sistema mafioso-clientelare. Un gruppo di potere ha un leader, ma è strutturato in modo tale che sono possibili rapporti aperti tra tutti i suoi membri. In una situazione di dominio la società è invece atomizzata. La comunità non è in grado di organizzarsi per affrontare i problemi: in una visione individualistica esistono solo problemi individuali e soluzioni individuali. Si inserisce qui quella politica che fa tutt’uno con la mafia. Compito della buona politica è quello di favorire la fiducia sistemica, ossia la convinzione che i propri diritti saranno riconosciuti in una società giusta. Il sistema clientelare-mafioso invece sostituisce la fiducia sistemica con la fiducia posizionale: ognuno deve sapere che è possibile ottenere i propri diritti, o magari vantaggi personali cui non si ha diritto, se ci si mette al servizio di un rappresentante politico, che a sua volta sarà al servizio della mafia (cfr. Vigilante, 2012). In questo modo gli individui perseguono i propri scopi personali, consegnando la comunità ad una organizzazione politica criminale.

10.3. Pino Arlacchi: la mafia imprenditrice

Nel La mafia imprenditrie (1983) il sociologo Pino Arlacchi, tra i creatori della Direzione Investigativa Antimafia (DIA), legge le trasformazioni delle mafie alla luce del concetto di mafioso imprenditore. Il sociologo è consapevole che associare la figura del mafioso a quella dell’imprenditore può suscitare perplessità, perché imprenditore è colui che introduce qualche forma di innovazione in ambito economico. Ma c’è innovazione anche nell’economia mafiosa, e consiste appunto nel metodo mafioso. Scrive Arlacchi:

I mafiosi imprenditori hanno, infatti, introdotto innovazioni nella organizzazione delle loro imprese. La più importante di queste innovazioni consiste proprio nel trasferimento del metodo mafioso nell’organizzazione aziendale del lavoro e nella conduzione degli affari esterni dell’impresa. L’incorporazione del metodo mafioso nella produzione di merci e servizi ha permesso e permette a tutta una categoria di imprese di godere – come ogni impresa che innova – di un profitto monopolistico precluso alle altre unità economiche. (Arlacchi, 1983, p. 100)

Studiare la mafia per Arlacchi significa dunque studiare l’organizzazione dell’impresa mafiosa. Il suo successo consiste in primo luogo nella possibilità di scoraggiare, con metodi violenza, la concorrenza, assicurandosi così un monopolio nel territorio, in particolare nel campo dell’edilizia. In secondo luogo, un’impresa mafiosa ha vantaggi che le vengono dal mancato rispetto delle regole relative al pagamento dei contributi previdenziali e assicurativi dei lavoratori; il suo carattere dell’impresa scoraggia sia i controlli degli organi addetti che le proteste dei lavoratori. Infine, un’impresa mafiosa ha una enorme disponibilità di denaro, che le proviene dai traffici illeciti, e anche questa circostanza le dà un vantaggio sul mercato, rendendola più competitiva delle altre imprese, che sono costrette a ricorrere in caso di necessità a finanziamenti esterni. Queste imprese mafiose, così ramificate e inserite nel tessuto economico, reggono su una struttura sociale ancora tradizionale: alla base c’è la creazione di reti famigliari o amicali, le uniche che consentono quella sicurezza di relazioni senza la quale l’impresa mafiosa rischia di essere scoperta e smantellata.

10.4. Davide Gambetta: la mafia come industria della protezione privata

Il sociologo Davide Gambetta ha proposto una interpretazione della mafia come industria della protezione privata che ha avuto grande successo ed è stata applicata anche all’analisi di organizzazioni mafiose di altre parti del mondo. Per Gambetta le organizzazioni mafiose agiscono come imprese che offrono un bene particolare: la protezione in una situazione di mancanza di fiducia. In un contesto sociale caratterizzato da una generale sfiducia qualsiasi interazione economica appare rischiosa. In una tale situazione è possibile astenersi dall’interazione , ad esempio dal fare un acquisto, o intraprenderla; ma se la sfiducia è diffusa, è probabile che prevalga la prima scelta, rendendo dunque limitato il mercato. Qui interviene la figura del mafioso, che si differenzia dal criminale comune perché “agisce in qualità di garante di determinate transazioni’’ (Gambetta, 1989-1990, p. 321; corsivo nel testo). Il mafioso garantisce che nello scambio nessuno truffi l’altro e che la transazione possa avvenire in modo corretto. Questo favorisce in qualche modo lo sviluppo del mercato ma, osserva Gambetta, si tratta di un mercato comunque limitato, senza l’ampiezza possibile in una condizione di libero mercato. Poiché la sua funzione principale è garantire gli accordi, la mafia si sviluppa in un contesto economico caratterizzato appunto da accordi tra attori economici, vale a dire l’esatto opposto di un sistema di libera concorrenza.

L’importanza del libero mercato, nota Gambetta, viene in genere enfatizzata dai conservatori; in alcuni contesti tuttavia esso può avere una funzione progressista, eliminando privilegi che nascono da sistemi di appartenenza. “Non escludo – scrive – che perseguire in forma generalizzata politiche di libero mercato per certi beni possa essere impossibile, indesiderabile o controproducente; eppure credo che in parecchi mercati locali nel Mezzogiorno possa avere ancor oggi un valore rivoluzionario’’ (ivi, p. 325). Di qui la conclusione che è nel titolo stesso di un suo saggio: se è vero che la mafia elimina la concorrenza – perché il sistema di alleanze e di garanzie finisce per favorire alcuni a discapito di altri – è anche vero il contrario, ossia che un mercato libero, nel quale ognuno possa affermarsi in virtù della sua abilità e della qualità del suo lavoro, può porre le basi per la fine del fenomeno mafioso.

10.5. Marco Santoro: la mafia come sistema politico

Alternativa alla lettura della mafia come espressione culturale e come impresa economica è quella della mafia come sistema politico alternativo allo Stato. È questa la lettura di Marco Santoro, sociologo dell’Università di Bologna, in Mafia Politics (2022). Santoro critica le interpretazioni economiche della mafia, come quella di Gambetta, accusandole soprattutto di ridurre la complessità del fenomeno mafioso ad una sola delle sue componenti. Se i mafiosi offrono protezione, è anche vero che essi sono in grado di creare le condizioni che rendono necessaria la protezione stessa; e questa azione non è più economica, ma politica. Per Santoro la mafia è un fenomeno complesso, che include aspetti religiosi, morali, economici, perfino sessuali, ma ritiene che l’aspetto centrale sia quello politico. Se identifichiamo la politica con l’attività dello Stato, evidentemente una simile lettura è impossibile; al più potremo considerare la mafia come anti-Stato. Ma lo Stato, afferma Santoro, è solo una delle organizzazioni politiche possibili. Le società possono organizzarsi in molti modi diversi e alternativi rispetto allo Stato, come mostrano antropologi anarchici come David Graeber. La mafia dunque può essere considerata una sorta di organizzazione politica popolare, alternativa a quella dominante. Se lo Stato attuale è caratterizzato sul piano economico dal capitalismo e sul piano sociale dal dominio della classe borghese, nella mafia Santoro scorge la persistenza di un ethos premoderno. La modernità ha combattuto le gerarchie sociali promuovendo l’ascesa dei ceti subalterni, nella mafia si è invece perseguita l’ascesa sociale senza contestare la presenza di una gerarchia sociale. E questa ascesa viene ottenuta con un’etica che è affine più all’etica guerriera delle classi aristocratiche che all’etica moderna della partecipazione politica: “L’etica guerriera delle vecchie classi aristocratiche (in Sicilia, la cultura baronale; in Giappone l’ethos dei samurai) è l’orizzonte culturale dei mafiosi, non lo spirito del capitalismo e nemmeno una cultura civica borghese” (Santoro, 2022, p. 3).

Non si tratta, puntualizza Santoro, di pensare la mafia come altro Stato, ma di essere consapevoli che lo Stato non esaurisce la sfera del politico. Santoro semplifica la sua tesi con uno schema: il grande insieme della politica comprende due insiemi, lo Stato e la mafia, che si intersecano parzialmente. La particolarità della mafia è che, mentre gli antropologi hanno documentato da tempo l’esistenza di società senza Stato, la mafia si presenta dove lo Stato già esiste. La mafia, conclude Santoro, è “‘l’arte di non essere lo Stato’, pur facendo uso delle sue risorse e forme e, ovviamente, cambiando il loro significato’’ (ivi, p. 237).