4. Le mafie italiane sulla scena internazionale

Il traffico internazionale e la vendita di droga costituiscono da molto tempo il principale affare delle organizzazioni mafiose italiane, che non rinunciano tuttavia ad attività come le estorsioni o le infiltrazioni nel mondo degli appalti. Non diversamente dall’economia, la criminalità mafiosa è globalizzata, è fatta di scambi che travalicano confini, legislazioni e sistemi politici. Nel panorama mondiale spiccano innanzitutto i cartelli latinoamericani, in particolare quelli messicani e colombiani: eredi dei gruppi che negli anni Ottanta avevano trasformato il narcotraffico in una potenza capace di sfidare lo Stato, operano come eserciti privati dotati di armi pesanti, risorse tecnologiche e un controllo capillare dei territori rurali e dei corridoi logistici. Cartelli come Sinaloa o Jalisco Nueva Generación dispongono di reti che gestiscono l’intera filiera, dalla produzione alla raffinazione alla distribuzione, con livelli di violenza tali da configurare in alcune regioni un vero e proprio conflitto armato interno. In Colombia, pur indeboliti rispetto all’epoca dei cartelli di Medellín e Cali, gruppi residui e nuove formazioni si sono riorganizzati in strutture più flessibili, spesso legate alle ex FARC[6] o a milizie paramilitari, controllando vaste aree di coltivazione della coca.

Nel contesto europeo la protagonista assoluta è la ‘ndrangheta, che negli ultimi decenni ha conquistato un ruolo egemonico nel traffico internazionale di cocaina grazie alla sua capacità di tessere rapporti diretti con i produttori sudamericani e di inserirsi stabilmente nei porti strategici del Mediterraneo e del Nord Europa. La struttura familiare, la capacità di muoversi in modo invisibile nel tessuto economico-legale e la rete diasporica diffusa in mezzo mondo le hanno permesso di agire come un broker globale della droga, capace di gestire carichi multi-tonnellata e di reinvestire enormi capitali in attività apparentemente lecite.