12. Figure dell’antimafia

Si ripete spesso una frase attribuita allo scrittore Gesualdo Bufalino: “La mafia sarà vinta da un esercito di maestre elementari”. L’esercito di coloro che combattono la mafia comprende in effetti figure che fanno quotidianamente in silenzio il loro lavoro, per costruire una cultura della democrazia e del rispetto dei diritti umani. Ed è un esercito che comprende non solo maestre, ma anche giudici, politici, giornalisti, sacerdoti, ma anche imprenditori e commercianti che hanno deciso di non sottostare al racket delle estorsioni. Molti di loro hanno pagato con la vita. Ne ricordiamo alcuni, ma ognuno di loro merita di essere ricordato.

12.1. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

I giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono, nell’immaginario collettivo, le figure per eccellenza dell’antimafia: due magistrati integerrimi che hanno pagato con la vita la loro sfida alle cosche. La loro esperienza personale si intreccia con una stagione di innovazione giudiziaria che trasformò radicalmente il contrasto a Cosa nostra. Con il maxi–processo e con l’elaborazione di un metodo investigativo fondato sulla cooperazione tra procure, sulla centralità delle dichiarazioni dei pentiti e sul coordinamento serrato tra forze dell’ordine, Falcone incrinò definitivamente il mito dell’invincibilità dell’organizzazione mafiosa. Borsellino ne condivise l’etica sobria, la visione sistemica e la capacità di leggere la mafia come un potere complesso, capace di infiltrarsi nei gangli economici e politici del Paese. Le stragi del 1992, che li uccisero insieme agli uomini e alle donne delle loro scorte, segnarono non solo la chiusura tragica di quella stagione, ma anche l’inizio di una rivolta morale collettiva, in cui gran parte dell’opinione pubblica comprese la portata della minaccia mafiosa e l’urgenza di difendere lo Stato di diritto.

Il giudice Falcone con la moglie Francesca Morvillo. Pubblico dominio.

Il giudice Falcone con la moglie Francesca Morvillo. Pubblico dominio.

12.2. Placido Rizzotto

Placido Rizzotto, sindacalista socialista e partigiano, fu una delle figure simbolo della lotta per i diritti dei contadini nelle campagne siciliane del dopoguerra. Nato a Corleone, guidò le occupazioni delle terre incolte e si oppose apertamente al potere mafioso che controllava latifondi e manodopera, entrando presto nel mirino dei boss locali, in particolare della cosca di Luciano Liggio. Il 10 marzo 1948 venne rapito, torturato e assassinato: il suo corpo fu fatto sparire in una foiba della zona e recuperato solo molti decenni dopo, nel 2009, grazie all’impegno ostinato di magistrati e familiari. I suoi assassini uccisero anche un pastore di dodici anni, Giuseppe Letizia, colpevole di averli visti in volto. Dopo aver assistito all’agguato fu preda di forti febbri. Per questo venne portato dal padre in ospedale, dove morì poco dopo; si sospettò che fosse stato avvelenato dai medici per impedirgli di testimoniare quello che aveva visto.

12.3. Peppino Impastato

Nato a Cinisi e cresciuto in una famiglia legata a Cosa nostra, Peppino Impastato scelse presto di rompere ogni rapporto con quel mondo e di denunciarne pubblicamente violenze e collusioni. Con Radio Aut e le sue trasmissioni satiriche – in particolare Onda pazza – mise in ridicolo il boss locale Tano Badalamenti, svelandone la prepotenza e la retorica, e portò la voce della denuncia nelle piazze e nelle strade di Cinisi quando la mafia veniva ancora nominata a mezza voce. Il suo assassinio, il 9 maggio 1978, fu inizialmente mascherato come un attentato terroristico e solo anni dopo la matrice mafiosa venne riconosciuta.

Nota

I cento passi

La storia di Peppino Impastato è raccontata in modo particolarmente toccante nel film I cento passi, diretto da Marco Tullio Giordana nel 2000. I cento passi sono quelli che segnano la distanza tra la casa di Impastato e quella del boss Tano Badalamenti. Il film, di grandissimo successo anche grazie all’interpretazione di Luigi Lo Cascio e molto usato nelle scuole, ha contribuito in modo determinante a far conoscere la figura di Impastato; il personaggio del film, però, nella percezione comune è venuto a sovrapporsi alla figura storica. Il “monologo sulla bellezza”, ad esempio, pronunciato in una delle scene più toccanti del film, viene spesso attribuito al Peppino, mentre appartiene alla sceneggiatura e non è mai stato pronunciato o scritto da Impastato.

12.4. Giancarlo Siani

Inviato del quotidiano Il Mattino, Giancarlo Siani lavorava nella redazione di Torre Annunziata, un territorio dominato dalla camorra dei clan Nuvoletta e Gionta. Con articoli puntuali e documentati mostrò le connessioni tra affari illeciti, politica locale e malaffare negli appalti, rivelando anche il ruolo dei Nuvoletta nel tradimento che aveva portato all’arresto del boss Valentino Gionta, che controllava il mercato della droga nella zona. Quel pezzo, pubblicato pochi giorni prima della sua morte, ne decretò la condanna: il 23 settembre 1985 venne assassinato a soli ventisei anni.

12.5. Mauro Rostagno

Sociologo, militante del Sessantotto, fondatore di esperienze comunitarie innovative in quanto seguace di Osho Rajneesh, Mauro Rostagno approdò in Sicilia come animatore del centro Saman, occupandosi di tossicodipendenze in un territorio segnato da povertà e violenza. Ma fu soprattutto attraverso la televisione locale Radi Tele Cine (RTC) che condusse la sua battaglia più incisiva: ogni sera, con un linguaggio diretto e senza mediazioni, denunciava gli intrecci tra mafia, politica e affari nella Trapani dominata dal potere di Cosa nostra. Lo faceva con un rigore anticonformista che gli attirò isolamento e ostilità e che lo rese un bersaglio evidente. Il 26 settembre 1988 venne assassinato, e solo molti anni dopo e dopo diversi depistaggi la giustizia riconobbe la responsabilità per il delitto del boss trapanese Vincenzo Virga.

12.6. Libero Grassi

Imprenditore tessile a Palermo, Libero Grassi decise all’inizio degli anni Novanta di opporsi pubblicamente alle richieste di “pizzo” della mafia, rompendo l’omertà che per decenni aveva soffocato il tessuto produttivo siciliano. In un celebre articolo rivolto direttamente ai suoi estortori, pubblicato nel 1991 sul Giornale di Sicilia, dichiarò di non essere disposto a pagare e di voler difendere la sua libertà e la sua dignità personale e professionale. Rimasto isolato da gran parte del mondo imprenditoriale e spesso deriso come “incosciente”, continuò comunque la sua battaglia civile, fiducioso nello Stato e nella possibilità di un’economia liberata dal dominio mafioso. Il 29 agosto 1991 venne assassinato sotto casa da Salvatore Madonia su decisione della cupola di Cosa Nostra. Dopo la sua morte è stata approvata legge 18 febbraio 1992, n. 172 (“legge antiracket”) che istituisce tra l’altro un fondo di sostegno per chi denuncia di essere vittima di estorsioni.

12.5. Don Peppe Diana

A Napoli la camorra ha ucciso don Peppe Diana, impegnato nella denuncia delle attività della mafia e nella costruzione di una alternativa attraverso la sua attività di parroco presso la parrocchia San Nicola da Bari a Casal di Principe. Era il periodo della guerra dei Casalesi e don Peppe Diana era colpevole, tra l’altro, di aver diffuso nelle parrocchie un documento di dura condanna della camorra dal titolo Per amore del mio popolo non tacerò. Il suo assassinio avvenne in chiesa, il 19 marzo 1994, mentre si apprestava a celebrare la messa.

12.6. Don Ciotti e Libera

Dall’attività di un altro sacerdote, don Luigi Ciotti, è nata nel 1995 Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, un coordinamento che unisce centinaia di associazioni, gruppi, scuole in Italia e nel mondo con lo scopo di sensibilizzare la società civile. Un importante risultato è stato raggiunto con la legge 7 marzo 1996, n. 109, fortemente voluta dall’associazione, che stabilisce l’uso sociale dei beni sottratti alle mafie.