1. Studiare le mafie
Le difficoltà di uno studio sociologico e antropologico della mafia sono molte. Si tratta di organizzazioni chiuse, che non mancano di manifestarsi e di farsi perfino pubblicità, ma le cui dinamiche interne sono sottratte allo sguardo pubblico. Naturalmente non sono poche le realtà simili. La differenza è che se in altri casi è possibile ricorrere all’osservazione partecipante, nel caso della mafia infiltrarsi per osservare le organizzazioni dal di dentro non è una via praticabile.
Una fonte preziosa di informazioni è rappresentata dalle indagini della magistratura, per le quali a loro volta sono fondamentali le confessioni dei pentiti di mafia. Quello che sappiamo sull’organizzazione attuale di Cosa Nostra, ad esempio, viene in gran parte della rivelazioni del pentito Tommaso Buscetta. Altri documenti importanti sono i pizzinni, foglietti di carta usati dai boss mafiosi per far giungere comunicati e ordini agli affiliati. Interessanti sono anche, come vedremo, alcune espressioni musicali che celebrano i valori delle cosche mafiose e ne giustificano o perfino esaltano le azioni, così come molto materiale utile, e ancora poco studiato, proviene dai più diffusi social network, che hanno un ruolo sempre più rilevante nella riproduzione della cultura mafiosa.
Quando si approcciano a una realtà sociale o culturale, il sociologo e l’antropologo cercano di sospendere il giudizio, di non esprimere valutazioni morali e di comprendere la realtà dall’interno. Nel caso della mafia questo sforzo si scontra con l’evidenza di avere a che fare con forme organizzative e culturali che rappresentano un male oggettivo; forte è il rischio, cercando di comprenderle, di finire per giustificare ciò che non è giustificabile.