3. Le mafie italiane
L’origine della mafia è legata, nella stessa tradizione mafiosa, alla leggenda di tre fratelli cavalieri spagnoli, Osso, Mastrosso e Carcagnosso, che nel Quattrocento vennero esiliati sull’isola di Favignana per aver lavato con il sangue l’onore oltraggiato della sorella. Scontata la pena di trent’anni, Osso rimase in Sicilia, dove fondò la mafia, Mastrosso si spostò in Calabria, dando vita alla ‘ndrangheta e Carcagnosso raggiunse Napoli dove gettò le basi della camorra.
Naturalmente non c’è nulla di accertabile storicamente in questa storia, che però fa comprendere come le organizzazioni mafiose italiane, benché spesso in conflitto tra di loro, si riconoscano in una tradizione unitaria.
3.1. La mafia siciliana
Nell’immaginario collettivo la mafia siciliana, Cosa nostra, è la mafia per eccellenza. Le sue radici affondano nella Sicilia ottocentesca ancora feudale, nella quale un ruolo importante è svolto dai gabellotti, affittuari dei terreni che esercitavano la loro autorità sui contadini con metodi spesso violenti. Il loro ruolo non si limitava allo sfruttamento economico delle terre attraverso il controllo del lavoro dei braccianti; essi rappresentavano nelle campagne l’unica autorità percepita, in grado di mantenere l’ordine e di governare la vita collettiva.
Questa struttura sociale resiste ai cambiamenti e giunge intatta alle soglie del processo di unificazione. Lo storico britannico John Dickie comincia la sua imponente storia della mafia siciliana con un episodio del 1872. Siamo in un periodo di grande sviluppo del commercio di agrumi, usati dagli inglesi per aromatizzare il tè. Il chirurgo Gaspare Galati ha ereditato un agrumeto organizzato come una avanzata azienda agricola; presto però scopre che il guardiano del fondo ruba limoni e mandarini allo scopo di squalificare l’azienda per poterla acquistare a un prezzo vantaggioso. Il chirurgo licenzia il guardiano, ma l’uomo assunto in sua sostituzione viene ucciso dopo poco tempo. Una serie di lettere anonime lo avvisano che ha sbagliato a licenziare un “uomo d’onore’’. Galati si rivolge alla polizia, ma senza ottenere alcun sostegno. Comprende che dietro il guardiano c’è una organizzazione più vasta, legata a una confraternita religiosa. Constatata l’impossibilità di far valere i suoi diritti in un contesto omertoso, il chirurgo è costretto ad abbandonare i suoi beni e a fuggire a Napoli, mandando però un memorandum al ministro dell’Interno sulla sua vicenda. Scrive Dickie:
Racket della protezione, assassinio, dominio del territorio, competizione e collaborazione tra bande, e perfino un embrione di “codice d’onore”: dal memorandum del dottor Galati emergono elementi sufficienti per concludere che molti degli ingredienti centrali del metodo della mafia erano operativi negli agrumeti della Conca d’Oro gi`a nei primi anni Settanta dell’Ottocento. (Dickie, 2007, p. 21)
La mafia attuale è il risultato delle profonde trasformazioni che hanno investito la società italiana alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso. Paese fino ad allora agricolo, nel giro di pochi anni l’Italia si è industrializzata ed ha ottenuto una rapida crescita economica, che ha avuto conseguenze anche sulla vita sociale, con la diffusione del benessere e del consumismo. Legata strettamente alla società rurale siciliana, la mafia si trova ad attraversare un periodo di crisi, anche per via della riforma agraria che spezza i grandi latifondi (1950), oltre che per l’azione repressiva dello Stato (nel `56 viene introdotto il confino di polizia). Ma la mafia non scompare. I mafiosi vengono incorporati nel sistema di potere della Democrazia Cristiana (Arlacchi 2007, p. 84), il loro campo d’azione si sposta dalla campagna alla città e le attività si concentrano sull’edilizia, per trovare poi una lucrosa fonte di guadagni nel traffico di stupefacenti.
Nel 1957 avviene l’incontro tra la mafia siciliana e quella americana, guidata dal boss Lucky Luciano, in seguito al quale la mafia siciliana si dà una organizzazione verticistica, con la creazione di una commissione provinciale e di una commissione regionale, la cupola. Nel 1962 scoppia la cosiddetta prima guerra di mafia, tra i fratelli La Barbera, boss di Palermo centrale, ed altre famiglie, dovuta proprio alla volontà dei La Barbera di escludere le altre famiglie dalla cupola regionale e a divergenze riguardanti la vendita di una partita di eroina. Gli anni Settanta videro l’ascesa del boss corleonese Salvatore (Totò) Riina, che per ottenere il dominio incontrastato scatenò una sanguinosissima guerra contro i nemici interni – la seconda guerra di mafia – che fece circa mille vittime, tra cui il politico e sindacalista Pio La Torre e il generale dell’Arma dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa.
La scena della strage di Capaci. Pubblico dominio.
La risposta dello Stato è l’introduzione nel Codice penale dell’articolo 416-bis, che come abbiamo visto definisce l’associazione mafiosa e che consente di impiantare nel 1986, anche grazie alle rivelazioni del pentito Tommaso Buscetta, il cosiddetto maxi-processo, che porta a 346 condanne di mafiosi. La reazione di Cosa Nostra è feroce. A marzo del 1992 viene ucciso Salvo Lima, politico siciliano vicino al senatore (e più volte capo del governo) Giulio Andreotti; il 23 maggio a Capaci, presso Palermo, vengono uccisi Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre poliziotti della scorta; il 19 luglio in via D’Amelio a Palermo con un’autobomba vengono uccisi Paolo Borsellino e cinque poliziotti. Ma si tratta anche dell’inizio del declino: le due stragi suscitano un’ondata di indignazione nel Paese e spingono lo Stato a intensificare la lotta alla mafia, introducendo il carcere duro per i mafiosi con il cosiddetto 41-bis e con un impegno investigativo che l’anno seguente porta all’arresto di Totò Riina. Il boss Bernardo Provenzano viene catturato nel 2006. L’arresto a Palermo, nel gennaio del 2023, dell’ultimo grande boss latitante, Matteo Messina Denaro, dà un duplice segnale: da un lato rappresenta una ulteriore vittoria dello Stato sulla mafia, dall’altro fa riflettere il fatto che un superlatitante non avrebbe potuto nascondersi a Palermo senza una vasta rete di connivenza ed omertà.
Nota
Il 41-bis
Il regime del 41-bis, previsto dall’articolo 41-bis dell’Ordinamento Penitenziario (Legge 354/1975) e ridefinito dalle successive modifiche introdotte dalla legge 356/1992 e dalla legge 279/2002, consente la sospensione delle regole ordinarie del trattamento penitenziario nei confronti dei detenuti appartenenti alla criminalità organizzata o ad organizzazioni terroristiche. Un detenuto in regime di carcere duro è chiuso in una cella singola e può socializzare in un gruppo di quattro detenuti complessivi; i detenuti che ricoprono posizioni di vertice nell’organizzazione sono esclusi da questi piccoli gruppi e possono socializzare solo con un altro detenuto. I colloqui sono ridotti a uno al mese e solo con membri della propria famiglia e il detenuto è sottoposto a un controllo costante. I dubbi su questa forma di carcerazione riguardano non solo la particolare condizione dei detenuti, che può apparire contraria alla dignità umana, ma anche il fatto che il detenuto possa uscirne dissociandosi dall’organizzazione e collaborando con la giustizia. In questo modo per i critici una simile carcerazione si configura come una “tortura democratica” (D’Elia, Turco, 1999), poiché infligge al detenuto sofferenze che hanno lo scopo di indurlo a dare informazioni agli inquirenti.
3.2. La ‘ndrangheta
La ‘ndrangheta è la mafia calabrese, considerata una delle organizzazioni criminali più potenti a livello mondiale. Come per la mafia siciliana è difficile individuarne l’esatta origine storica. Si ha notizia certa della presenza di organizzazioni criminali nei decenni successivi all’Unità, con la documentazione dei rituali di affiliazione, anche se vengono spesso usati termini come camorra o picciotteria. Sfuggente, capace di mimetizzarsi, la ‘ndrangheta salta alla ribalta della cronaca solo negli anni Settanta. Dopo essersi alimentata anche grazie agli investimenti statali in Calabria – soprattutto la costruzione dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria – la mafia calabrese dà il via ad una crudele stagione di sequestri di persona a scopo di estorsione, con lo scopo di acquisire la liquidità economica necessaria per fare il salto di qualità nei traffici criminali. Approfittando anche della crisi della mafia siciliana, essa entra nel traffico internazionale di droga, non senza però resistenza interne che portano alla prima guerra di ‘ndrangheta, tra il 1974 e il 1977, che vede vincitore il clan De Stefano, sostenitore delle nuove attività criminali. Una seconda guerra scoppia tra il 1985 e il 1991 a causa del conflitto tra le varie cosche (‘ndrine), inasprito dalla spartizione degli enormi guadagni legati al traffico internazionale di stupefacenti; termina dopo circa mille morti con la costituzione di una struttura verticistica simile a quella della mafia siciliana.
La ‘ndrangheta rappresenta oggi una realtà criminale solida, al centro dei traffici internazionali di droga, solidamente insediata anche nelle regioni del Nord Italia. A differenza della mafia siciliana ha sempre evitato lo scontro aperto con lo Stato e attentati eclatanti (pur non mancando di uccidere uomini politici scomodi), in qualche modo mimetizzandosi e penetrando con grande abilità nel mondo imprenditoriale e istituzionale, anche grazie al legame con la massoneria. L’incontro annuale dei vertici dell’organizzazione avviene a settembre al santuario della Madonna di Polsi (San Luca, comune della città metropolitana di Reggio Calabria).
3.3. La camorra
Se le origini di Cosa nostra sono legate al mondo rurale siciliano, la camorra è fin dall’inizio un fenomeno criminale cittadino. Alcune tesi la fanno risalire alla Napoli del Cinquecento, governata dagli spagnoli; certo essa era già una realtà consolidata a Napoli ai tempi dell’Unità. Nel 1892 attirarono l’attenzione nazionale i funerali fastosi del camorrista Ciccio Cappuccio, detto ‘O Signorino, figura quasi venerata dal popolo e rispettata anche dalle autorità civili. Nel 1911 si svolse a Viterbo un vero e proprio maxiprocesso, il processo Cuocolo, così chiamato dall’uccisione di Gennaro Cuocolo, l’episodio che diede avvio alle indagini. Il dibattimento attirò un’enorme attenzione mediatica e si concluse con condanne molto pesanti, ma fu subito criticato per la debolezza delle prove e per il carattere spettacolare dell’intera operazione giudiziaria.
Il processo Cuocolo. Library of Congress, USA. Pubblico dominio.
La camorra attuale prende forma negli anni Cinquanta del secolo scorso, anche grazie all’apporto proveniente da boss mafiosi siciliani, mandati a Napoli in soggiorno obbligato. Negli anni Settanta emerge la figura di Raffaele Cutolo, fondatore della Nuova Camorra Organizzata, forte degli stretti legami con la ‘ndrangheta dei De Stefano; come presto vedremo, cerca di esportare la nuova organizzazione anche in Puglia. La decisione di Cutolo di imporre una tassa sulle sigarette esportate porta a uno scontro con la mafia siciliana che causa centinaia di vittime e termina con la sconfitta di Cutolo.
Negli anni Ottanta emerge la figura di Francesco Schiavone, detto Sandokan, capo del clan dei Casalesi (da Casal di Principe), che si dà una struttura verticistica simile a quella della mafia siciliana e conquista l’egemonia su tutti i clan della Campania. Dopo lo smantellamento dell’organizzazione, grazie alla collaborazione con la giustizia di diversi affiliati anche di rilievo, la camorra si è disseminata in una moltitudine di clan, spesso in sanguinoso contrasto tra loro.
Nel 2004-2005 la faida di Scampia, scontro tra il clan Di Lauro e i cosiddetti Scissionisti, ha fatto più di settantaquattro morti, tra cui due innocenti uccisi a causa di uno scambio di persona. Una seconda faida è avvenuta, sempre a Scampia, all’interno del clan degli Scissionisti, tra il 2012 e il 2014.
Nota
Don Raffaè
Il brano Don Raffaè, contenuto nell’album Le nuvole (1990) del cantautore Fabrizio De Andrè è ispirato alla figura di Raffaele Cutolo. Protagonista della canzone è Pasquale Cafiero, brigadiere del carcere di Poggioreale, che si rivolge a “un uomo geniale” detenuto nel braccio speciale, che è appunto don Raffaè, ossia Raffaele Cutolo. Il brigadiere si rivolge al boss con un atteggiamento di deferenza, chiedendogli perfino se vuole che gli faccia la barba, chiedendogli piccoli favori, dal prestito di un cappotto di visone a un lavoro per il fratello disoccupato. Dopo l’uscita del disco De Andrè ricevette dal boss una lettera nella quale si diceva meravigliato per la capacità che il cantautore aveva avuto di cogliere la sua situazione carceraria. |
Nota
Gomorra
Il libro Gomorra di Roberto Saviano (2006), allora giovane laureato in filosofia e collaboratore di quotidiani e riviste, impegnato in reportage sul territorio campano e nell’analisi dei sistemi criminali, segna una svolta nel racconto pubblico della camorra: con grande efficacia narrativa l’autore analizza e denuncia il potere imprenditoriale del clan dei Casalesi, i traffici internazionali, il lavoro nero, la gestione dei rifiuti e il sistema di violenza che sostiene l’economia criminale. Per il suo libro Saviano ha ricevuto minacce di morte dal clan de Casalesi ed è stato costretto a vivere sotto scorta. Dal libro sono stati tratti un film, diretto da Matteo Garrone nel 2008, e una serie televisiva (cinque stagioni, dal 2014 al 2021). |
3.4. Le mafie pugliesi
Il 5 gennaio del 1979 il boss della camorra Raffaele Cutolo tiene in un hotel di Foggia un incontro al quale invita diversi membri della malavita pugliese, con lo scopo di affiliarli e iniziarli alla Nuova Camorra Organizzata; in seguito viene organizzato a Galatina un secondo incontro, al fine di diffondere l’organizzazione in Salento. Nelle intenzioni di Cutolo la nuova organizzazione avrebbe dovuto riscuotere una tangente su tutti gli affari della mafia pugliese, legati in particolare al contrabbando; questa sudditanza tuttavia suscita presto la ribellione dei boss pugliesi, favorita anche dall’arresto di Cutolo.
Nel 1983 nasce nel carcere di Bari, per iniziativa del boss Pino Rogoli, la Sacra Corona Unita, che nelle intenzioni doveva essere una mafia pugliese autonoma, anche se fortemente legata alla ‘ndrangheta. Ma l’organizzazione non mostra la stessa forza e capacità organizzativa delle altre organizzazioni mafiose e si indebolisce anche per l’alto numero di pentiti, che consentono allo Stato di intervenire in modo efficace. L’ex questore Piernicola Silvis osserva che ciò è stato possibile perché a Bari “non è mai esistita una sottocultura omertosa e mafiosa» (Silvis, 2022, p. 117).
I mafiosi foggiani mostrano presto insofferenza sia verso la nuova camorra organizzata di Cutolo che verso la Sacra Corona Unita guidata dai mafiosi salentini. Guidati dai boss Giosuè Rizzi e Rocco Moretti, affermano la propria autonomia nel maggio del 1986 con un sanguinoso attacco in un locale del centro storico di Foggia, il circolo Bacardi, in cui restano uccise quattro persone, mafiosi della Sacra Corona Unita.
La nuova mafia foggiana, denominata Società foggiana o quarta mafia, si distingue per la ferocia e il controllo capillare del territorio. Come osserva il procuratore Francesca Pirrelli, se a Palermo e a Reggio Calabria le mafie controllano la piccola criminalità, e in questo modo ottengono anche un certo consenso, la vita dei foggiani invece “è segnata quotidianamente da furti d’auto, furti in appartamento, rapine, estorsioni, spesso con uso sconsiderato di esplosivi ad alto potenziale. Non c’è nulla della vita di ciascuno che venga risparmiato. L’integrità fisica e patrimoniale, il libero esercizio dell’attività commerciale o imprenditoriale” (citato in Bonini, Foschini, 2019, p. 181).
La mafia del Gargano, legata a quella foggiana, è caratterizzata dal fenomeno arcaico della faida: la lotta tra clan rivali prende la forma della lotta tra famiglie che si sterminano a vicenda nel corso degli anni. Cominciata nel 1978 con un omicidio dovuto a un furto di bestiame, ha fatto da allora decine di vittime, per lo più membri delle famiglie Li Bergolis e Romito o vicini ad esse.
3.5. La mafia romana
Sul finire degli anni Settanta alcuni giovani rappresentanti della malavita romana decidono di fare il salto di qualità, dando vita a un’organizzazione mafiosa che è rimasta attiva fino all’inizio degli anni Novanta: la Banda della Magliana, dal nome di un quartiere romano in cui risiedevano alcuni dei suoi fondatori. La banda nasce dall’idea di unificare diverse batterie, ossia i piccoli gruppi che caratterizzavano la malavita romana, per andare oltre le rapine e acquisire il controllo del territorio e di tutte le attività illecite della capitale. L’ispirazione venne, anche in questo caso, da Raffaele Cutolo, che uno dei fondatori della banda, Nicolino Selis detto Er Sardo, conobbe nel carcere di Regina Coeli. L’idea era dunque quella di creare anche a Roma una organizzazione simile alla Nuova Camorra Organizzata, in grado di impedire a qualsiasi altro gruppo criminale di fare affari a Roma.
La prima azione della banda fu il sequestro del duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere, il 7 novembre del 1977. L’uomo fu ucciso nonostante la famiglia avesse pagato il riscatto richiesto di un miliardo e mezzo di lire, poiché aveva visto in volto uno dei sequestratori. Seguì l’omicidio di Franco Nicolini, detto Franchino er Criminale, uno dei principali concorrenti della banda, che con questi metodi giunge a controllare l’intera città attraverso una rete capillare.
La particolarità della Banda della Magliana è nel suo rapporto con i gruppi eversivi neofascisti e nel suo coinvolgimento, mai chiarito del tutto, in diversi eventi tragici avvenuti tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta: l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli (1979), la strage di Bologna (1980) e la scomparsa nello Stato del Vaticano della quindicenne Emanuela Orlandi, mai più ritrovata (1983).
La banda entrò in crisi anche a causa di conflitti interni e grazie alla collaborazione con la giustizia di alcuni membri, che consentì di impiantare nel 1995 il maxiprocesso che ha condannato a pene severe i leader storici.
Più recentemente è emerso il clan dei Casamonica, una famiglia di etnia rom proveniente dall’Abruzzo e presente nel Lazio fin dalla fine degli anni Trenta. Dediti in origine al commercio dei cavalli, i Casamonica si sono poi integrati nella criminalità locale, anche grazie alla collaborazione con la banda della Magliana. Quello che gli investigatori chiamano “arcipelago Casamonica” (CROSS, 2021, p. 53) è costituito da diversi gruppi autonomi, uniti dal legame famigliare ed etnico anche attraverso strategie matrimoniali.
Nota
Lo “stile” Casamonica
Lo “stile Casamonica” è divenuto sinonimo di una estetica del potere criminale fondata sull’ostentazione sfacciata della ricchezza come strumento di intimidazione. Automobili di lusso, ville decorate con colonne dorate, statue equestri, fontane kitsch e arredi pseudo-imperiali compongono un immaginario volutamente esagerato, che unisce elementi neobarocchi e richiami al mondo hollywoodiano. Non si tratta soltanto di gusto personale, ma di un linguaggio simbolico: l’opulenza messa in scena serve a comunicare invincibilità, successo, disponibilità economica illimitata e dominio sul territorio. Il funerale del boss Vittorio Casamonica nel 2015 – con carrozza trainata da cavalli, colonna sonora de Il Padrino e volantini che lo definivano “Re di Roma” – è stato la manifestazione più clamorosa di questo stile. Una ostentazione simile si ritrova anche in alcuni clan della camorra, che ricorrono a ville lussuose, abiti firmati, auto potentissime e feste sfarzose per esibire la propria forza economica e sociale. Questa estetica dell’eccesso, spesso in contrasto con la povertà dei territori controllati, diventa un mezzo di legittimazione interna e di intimidazione verso l’esterno: il lusso ostentato non è soltanto simbolo di ricchezza, ma un modo per mostrare che il potere criminale può permettersi ciò che allo Stato è precluso.